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290 LAURINO. APPENDICH Offesa dunque chiami amor, servaggio e fede? Adorarti qual Dea, farti vittima il core, cantarti in mille rime, segnarti in mille scorze, non pensar, non volere, non sentir, non vedere più in là che i tuoi begli occhi, queste son dunque, ingrata, queste l'offese tue, le colpe mie? Altra colpa, ch'io sappia, contro te non commisi, ed altro errore, che di soverchio amore; or se colpa è lamor, l'odio che fia? Sarò per le tue leggi colpevole s’io t'amo; e tu, che l’amator disami e sdegni, innocente sarai? Ah, che torto mi fai, giudice ingiusto, ed io al tribunal d'amor me ne richiamo. Ma pur di fallo tal, se fallo è questo, ti chiederei la pena, s’altro che pena e danno dal giorno ch’io fallai, riportato n’avesse il cor dolente. Non è dunque al fallire gran castigo il languire? Piaghe, fiamme, catene non son pene bastanti al mio delitto ? Qual vendetta maggior cercando vai al troppo audace eccesso del misfatto commesso, se già senza punir punito I’ hai? Ma poniam pur ch’io sia per troppo amarti reo di pena più grave. Qual ragion vuol, qual dritto che condanni e punisca i falli miei tu, che cagion ne sei? Amor dal Bel sol nasce