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LAURINO. SELVAGGIA, LAURINO. SELVAGGIA. APPENDICE 289 non mi cur’io né voglio a grandi imprese e faticose esporti. Quel che da te richeggio, è meno assai; in questo sol conoscerò se m’ami: se prendi a disamarmi, e lasci di mirarmi. Amar ciò che ’1 difende da morte, ha per natura ogni mortale: ne’ tuoi begli occhi splende raggio d’amor vitale, che, nonchè vivo altrui, rende immortale. Perchè dunque t’adiri ch’io t’ami e ch’io ti miri? S’al viver mio procaccio ésca ed aita, io te, ninfa, non amo: amo la vita. Ami la vita? Dunque, ami il tuo proprio bene e ’1 tuo trastullo; ami me per te stesso, anzi, fuor che te stesso, in me non ami. Or se cerca il tuo core più ‘1 suo pro che ’1 mio amore, perchè vuoi tu ch’io sia obligata ad amarti? e perchè poi mi chiami empia e crudel, quando non t’ amo? Sii tu di te, c'hai teco in tua balia e l’amore e la vita, amante riamato, ch’esser puoi, senza me, vivo e beato. Vive più che ’n se stessa ne l'amata bellezza alma amorosa; quindi io me stesso amando, ed amando la vita, altro che te non amo. E come disamarti unqua potrei? Tu la mia vita, e tu me stesso sei. Quando da me gradito fusse l’amore ed io d’esser amata amassi, amar devresti. Ma se sai che m'offendi, perchè contro mia voglia vuoi pertinace amarmi?