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INTRODUZIONE XXV

sto ?78); nel 1879, L'amante e la fanciulla (Livorno, tip. Vigo,
per nozze Toci-Corazzi); nel 1881, L’epitalamio di Pietro
Gilles (Livorno, Vannini, per nozze Abrial-Chiappe); nel 1882,
Il naufragio (Livorno, Meucci, estr. dal vol. x degli Annali del
R. Istituto tecnico e nautico di Livorno); e nel 1883, L’abate e
la donna istruita (Livorno, Meucci). Circa lo stesso tempo, an¬
ch’io, non conoscendo allora quella del Toci, impresi una
traduzione dei Colloquia, e cinque di essi pubblicai poi in
un opuscoletto: Dialoghi di Erasmo da Rotterdam (Trani,
Vecchi, 1886).

Nella stessa Livorno, dove il Toci lavorava alla sua tra¬
duzione, venne fuori nel 13885 uno studio su Erasmo maestro,
di Francesco Polese, fondato soprattutto sui Colloquia fami¬
liaria e che è forse il solo lavoro italiano sull’argomento (*).
Da questo studio, condotto con criterio e buon gusto, mi
piace, chiudendo queste note, togliere un giudizio sulla forma
dialogica in Erasmo:

In Erasmo (scrive il Polese, opponendosi al Sainte-Beuve, che
aveva parlato di un «lucianismo accademico ») il dialogo non ha
niente di accademico: non ha il soggetto predefinito, in cui un
principale interlocutore fa da maestro o da disserente davanti a in¬
terlocutori, ai quali prescrive le conclusioni e lo scioglimento delle
difficoltà. Il dialogo cinquecentista, dissertazione con domande e
risposte, svolgentesi o sotto gl’intercolunni o al rezzo di platoniche
querce con languidezze cavalleresche e larghe pause di periodo, di¬
venta plebeo in Erasmo, nobilmente plebeo; sono amici e nemici
che s’incontrano per la via. Nessuno si prefigge la dimostrazione
di una tesi; in qualche modo c’è o si presente, ma gli interlocutori
si parlano veramente, tutti vogliono che la propria opinione trionfi,
e vi si ostinano con serietà, con lepidezza, con l'amarezza irosa
di chi crede di ragionare e di pensare meglio degli altri. È la di¬
sputa reale e sentita, piena di avventure, dove gli uomini discu¬
tono e si lasciano colla persuasione di sostenere la verità senza
aver convinto nessuno. All’ultimo, non sai da chi stia il torto o
da chi la ragione: la dimostrazione, che inavvertitamente si allarga

(1) FrANcESco PoLEsE, Erasmo maestro, studio, Livorno. Giusti, 1885.