OCR
306 APPENDICE Casca. Di bel tratto, di buona compagnia, d'animo nobile, aperto e leale. GILETTA. Capperi! e vi par poco? A cotesto mi rincor’ io d’esortarvi all’impresa oggimai di forza. Casca. Io sola, io sola il provo in tutto diverso. GiLartA. No, no: il fondo dell’uomo si conosce esser buono; nè altro che qualche inezia vi dee aver fatti pigliar mal talento insieme senza vere cagioni. Abbiate dunque per fermo, che durandoci voi un po’ di fatica la cura riuscirà a bene, perocch’ egli (a quel che me ne paia comprendere) opera ora contro la propria natura e sta in sul puntiglio a mal cuore; anzi già forse desidera e aspetta, che voi gli porgiate opportunità d’uscire una volta di questa pena. Che se gli farete poscia un bel bamboccione..... Cesca. Oh voi mi fate rider quasi! GiLettA. Ridete, e fategliene, perchè questi sarà l’acconcio e il rincalzo de’ vostri amori: che nell’amore, vedete, è alla fine il sincero e perpetuo rimedio contra sì fatti mali; e, come fu già mostrato ad un certo Melisso (4), per ottener altro non bisogna che darne, perciocchè amore niuno amato da amare esenta. Cesca. In fine, voi m’avete persuasa, ed io son disposta a farne la pruova. Giterra. Deh, che siate voi teste benedetta per mille volte! i’ non posso fare, ch’io non v’abbracci. Casca. Solo vi prego, che e’ vi piaccia darmi quelle cotali regole; che voi stimate le migliori. GiLerra. Forsechè io non ho fatto la dottoressa a bastanza oggi! Ma non avete già udito? Siate a lui fedele come a compagno; riverente, pieghevole e sottomessa in ogni atto, come a governatore ed aiutator vostro. Qui consiste il punto, e questa è la maggiore importanza. Mescolate alla tenerezza la verecondia, figliuola della sobrietà e del rispetto; sicchè eziandio tolta la lucerna ed al buio, allorchè si dice non esser divario alcuno da cuffia a cuffia, come volle fare intendere altrui la marchesana di Monferrato con quel convito di galline, egli però a tali segni vi riconosca per propria sua. Casca. E° non m'è ignota quella leggiadra storiella. GiLetta. Non siate nè schiva, nè baldanzosa; non avventata sere soave e non melensa: la gravità d'una gentildonna vuol e ed amabile come vino abboccato, non austera nè amara come (1) Si veda il Decamerone, Giorn. IX, nov. 9.