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LE LA MOGLIE (Uxor ueuyiyawoc). GILETTA. Cesca mia desideratissima, voi siate la ben venuta, Ceasca. Ben ne venga, la mia carissima Giletta. Oh voi mi parete più bella che l’usato. GILETTA. E voi siete in vena di celie, eh? Cesca. Sì da vero, che mi parete un occhio di sole. GiLeTTA. Forse io mi rifò un poco di quest’abito nuovo. Cesca. Certo ch'egli vi sta dipinto: di gran tempo io non ho veduto il più signorile: egli è per avventura panno d’oltremonti, GiLaTTA. Anzi pur d'oltremare, poich’e’ viene di Londra; e, quel che è meglio, m’é giunto inaspettatissimo. Cesca. Egli è più morbido che velluto. E che bel color porporino! Da cui avete voi mai ricevuto così nobil presente? GitpTTa. E da cui debbono elle riceverne le oneste gentildonne se non da’ mariti loro? Cusca. Beata voi, a chi il cielo ha dato un cosi fatto sposo! Ma io, cattivella, vorrei innanzi essermi fitta in un monistero, che maritata per sciagura a questo mio Ruggieri. GiLeTtTA. Deh, perchè dite così? siete voi altri però venuti in discordia sì tosto? Cusca. E qual concordia ci può egli esser mai con un uomo di quella fatta? Voi ben vedete com’io sia bene in arnese da pari mia: in questa guisa piace a lui, che vada distinta dalle altre la moglie sua. In verità io mi sento spesso venire i rossori al viso a dovermi mostrare così, là dove l’altre, che in fatti non hanno per mariti de’ principi, ci compariscono fornite di tutte le fogge e di tutte le gale.