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Lo [e =] APPENDICE onde s’incende e more. Stende al ferro la man, terso e forbito, semplicetto fanciullo, e ne torna ferito; crede sè stesso al mar tranquillo e piano inesperto nocchiero, indi riman da l’avid’onda absorto, pria sepolto che morto; corre ai raggi sereni de le bellezze tue, vaga di quel che piace, alma innocente: infelice! nè altro dal rigor del tuo fasto alfin riporta e coglie (e per prova il so io) che affanni e doglie. SELVAGGIA. Folle pastor, tu vuoi allettarmi ad amare, e mi spaventi con martìri e tormenti. S’Amore ha nel suo regno tanti strazi e dolori, come consigli tu ch’io m’innamori? LAURINO. Ad un gentile innamorato petto il duol torna in diletto, sì che quanto di dolce altronde viene una non val de l’amorose pene. SELVAGGIA, Se sì lieto è il tuo stato, se sì dolce è il tormento, vivi teco contento: a che ti lagni? Poichè tu senti eguale il piacere a l’affanno, dunque il premio e la pena insieme vanno. LAURINO. Qualora alternamente, passa di core in core di reciproco amor cambio concorde, allor gode, allor sente luna e l’altr’alma stretta con vicende soavi di dolcezza commun vera dolcezza; ma se di pari amor non ne saetta, non è gioia perfetta. SELVAGGIA. Or, se tra noi non è questa che brami