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co: Presemi in prima tal fantasia pel tuo gentilizio
cognome, il quale è tanto alla Moria* vicino, quanto
da essa tu sei realmente lontano, anzi lontanissimo
a comune suffragio. Poi mi rincorai, che questo
scherzo d'ingegno meritar potesse particolarmente
la tua approvazione, se è vero che di siffatte ba¬
gattelle, non plebee al certo, a quel che me ne pa¬
re, nè insulse affatto per sè stesse, dilettando ti vai ?,
e qual altro Democrito miri e tratti come riso le u¬
mane vicende. Sebbene poi per la singolare per¬
spicacia del tuo ingegno sii al certo di gran lunga
superiore al rimanente degli uomini, pure per l’in¬
credibile soavità del tuo costume, e per l’affabilità
tua particolare, sai e godi (per usar l’espression di
Tiberio Cesare) esser l’uomo di tutte le ore.

Or ti piacerà dunque non solo d’accogliere
questa picciola declamazione come un presente di
un tuo buon amico, ma di prenderla ancora sotto il
tuo patrocinio, come cosa a te sacra, e più tua cer¬
tamente che mia. Imperocchè prevedo benissimo che

1 Così chiamasi in greco la Pazzia.

2 Leggendo questo passo sovvengono alla memoria, fra le altre,
due facezie di Tommaso Moro. Una volta Arrigo VIII, volendo in¬
viarlo con una commissione assai pericolosa a Carlo V, gli rispose,
che eseguendola avrebbe potuto costargli la testa. «La testa! — re¬
plicò Arrigo, sdegnato. — Se avesse tanto ardire, io farei decapita¬
re quanti suoi sudditi trovansi ne’ miei stati.» Allora soggiunse il
Moro: « Io son ben tenuto a Vostra Maestà per la soddisfazione che
mi farebbe dare; ma temo che fra tante teste non ve ne possa esse¬
re alcuna che s’adatti bene al mio busto.»

Stentando per la gotta a salire il palco, su cui perdette la vita
in difesa della fede, disse ad una guardia: Amico, aiutami a salire,
che allo scendere non ti darò più incomodo.
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