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LAURINO. SELVAGGIA. LAURINO. APPENDICE ma raro in prova poi riescon vere. Quel che tu da me brami, in ciel non fassi, e tutto quanto il colmo de la beatitudine celeste ne la vista consiste e non nel tatto. S’ami si nobilmente e vuoi, come i beati, esser beato, mira, contempla e taci; non ti curar d’abbracciamenti e baci. Senza il fin per cui s’ama, ch’é l’ultimo diletto, amor non è perfetto; come imperfetto ancora ed inutil si stima beltà che non s’adopra e che non serve a quell’uso, a quel fin, per cui fu fatta. Dimmi: qual'è più bella, vite ch’al suol distesa senza sostegno insterilisce e secca, o pur quell’altra, quella che, sul palo appoggiata e col tronco abbracciata, rende d’uva soave se medesma feconda e l’olmo grave? Or rispondimi tu: qual è migliore, rosa che verginella fiorisce intatta in sul nativo stelo, o quella pur che, da rapace mano colta, in brev’ora essangue inaridisce e langue? Io per me più felice stimo de l’altra, che ne l’orto invecchia, la rosa che si coglie, e che ne l’altrui man marcisce e more; poichè col grato odore e con la vista de le vaghe foglie a le nari ed agli occhi almen diletta, là dove pur a forza senz’aleun pro tra le materne spine devea, cadendo alfine, e marcire e morire in ogni guisa.