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ELOGIO DELLA PAZZIA 39

XXVI

Ma, per ritornare al mio assunto, ditemi un poco: qual
virtù, qual potenza ha riuniti nel recinto d’una città gli
uomini naturalmente rozzi, indomiti e selvaggi? Chi mai ha
potuto ammansare questi animali feroci? È stata l’adulazione.
In questo senso dee intendersi la
favola d’Anfione é la cetra d’Orfeo.
Chi mai ha pacificata, ha riunita
la plebe romana, allorchè minac¬
ciava venire agli estremi partiti?
È stata forse una filosofica ora¬
zione? No, per certo; ma è stato un
ridicolo, un puerile apologo delle
membra ribellatesi contro lo sto¬
maco. Temistocle produsse lo stes¬
so effetto col suo apologo della
volpe e del riccio. Impieghi pure
il sapiente i più sodi ragionamenti
della filosofia; non vi riuscirà mai
come un Sertorio colla favolosa sua
cerva, o colla sua piacevole astu¬
zia delle code dei due cavalli. Non
otterrà giammai il suo intento,
come l’ottennero i due cani del
celebre legislatore di Sparta! “Non
parlo di Minosse, nè di Numa, i quali per via di favolose
invenzioni seppero trar profitto dalla popolare ignoranza. 4
Sempre con simili puerilità, si fa muovere quella grande e

grossa bestia, che chiamasi popolo.

XXVII

Ditemi un poco se vi fu una sola città, che abbia adot¬
tate le leggi di Platone e d’Aristotele, e le massime di Socrate.
Rispondetemi un poco: qual motivo indusse i Deci, padre e

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