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ELOGIO DELLA PAZZIA

VI

Anche in questa parte. mi è sembrato opportuno Il’ imitare
i retori de’ nostri giorni, che reputansi altrettante Divinità qua¬
lora possono far pompa di due lingue come la sanguisuga,
e maravigliosa cosa estimano l’ inserire e frammischiare, anche
fuor di proposito, nei loro discorsi delle greche paroline, per
cui vengono a formare dei bellissimi mosaici. Se poi questi
oratori non posseggono le lingue esotiche, allora cavano d’al¬
cune rancide carte quattro o cinque vocaboli antiquati, coi
quali gettano polvere negli occhi al lettore, cosicchè coloro
che gl’intendono, vieppiù si compiacciono del proprio sapere,
e quelli che non li capiscono, gli ammirano in proporzione
della loro ignoranza. Non è egli forse uno de’ maggiori piaceri
di noi altri stolti l’ammirare col massimo stupore tutto ciò
che ci viene dagli oltramontani paesi ? Che se poi vi fossero
alcuni, che nulla intendendo di questo vecchio linguaggio, vo¬
lessero pure far mostra di capirlo, in tal caso debbono mo¬
strare un aspetto contento, devono approvare chinando il capo
od anche solo le lunghe orecchie asinine, e dire con un’aria
d’importanza: bravo, bravo, dice bene, così appunto.

VII

« Ma ripigliamo il filo del nostro ragionamento. Voi dunque
sapete al presente il mio nome, o uomini..., ma qual epiteto
v’aggiungerò io mai? Ah senza contrasto quel di stoltissimi!
Che ve ne pare? Può ella forse la Dea Pazzia dare un epiteto
più degno di questo ai suoi adoratori, agl’iniziati ne’ suoi
misteri ? Ma siccome pochi di voi sono istruiti della mia genea¬
logia, perciò voglio adesso studiarmi d’informarvene coll’aiuto
delle Muse.“

Per dire il vero, non nacqui io nè dal Caos, nè dall’Orco,
nè da Saturno, nè da Giapeto, nè da alcun altro di questi
TD : È