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INTRODUZIONE XIX Ciò non impediva, del resto, che la Stultitiae laus ei Colloquia avessero ancora lettori; e, tra questi, si noverava per l’appunto il Marino, il quale, tra gli idilli della sua Sampogna, includeva una Disputa amorosa, che non era poi altro se non il colloquio Proci et puellae, tradotto in versi: plagio del quale anche taluno dei suoi contemporanei si avvide Ch Passato il tempo in cui la parola di Erasmo aveva diretta efficacia religiosa, morale e sociale, e formatisi anche nel mondo cattolico giudizi più equi intorno a lui (*), a quelle sue opere satiriche si tornò per pura vaghezza letteraria; e allora, nel secolo decimottavo, si ebbero i primi tentativi di una traduzione italiana della Stultitiae laus. Già nel 1741 Angiolo Maria Ricci, professore di lettere greche nello studio fiorentino, stampava un rabberciamento de Le lodi della pazzia composte da Erasmo, «dottissimo e amenissimo lavoro », che egli si era indotto a tradurre dal latino nel toscano, « espurgato però per renderne innocente la lettura, non solo da molte empietà, ma di più quindi levate molt’altre cose, che non erano del tutto convenevoli all’onesto leggitore, ed altre pure resecate ch’erano per avventura troppo prolisse e stralunghe; e per contrario aggiuntene aleun’altre che mi son parute molto a proposito per un tale argomento ». Quel rifacimento servi, con altre composizioni del Ricci, per le accademie carnevalesche dei collegi Laurenziano ed Eugeniano, dove il Ricci insegnava; e la recita delle Lodi della Pazzia era seguita da (1) Cfr. B. Croce, Saggi sulla letteratura italiana del Seicento (Bari, Laterza, 1910), p. 432. (2) Si veda p. es., il TrraBoscHi (Storia d. lett. ital., vi, l, 11, ©. 1): « Io credo, a dir vero, che Erasmo fosse sinceramente cattolico, ma che la troppa sua libertà di scrivere e di pensare, congiunta al suo non troppo profondo sapere in teologia, il face e cader più volte in errori, de’ quali al certo vi ha gran numero nelle sue opere; errori però men gravi allora, e in certa maniera degni di scusa, perchè e grandi erano veramente gli abusi ed era difficile il discernere i giusti confini, e molte cose non erano state ancor dalla Chiesa ultimamente decise, come poi si fece nel Concilio di Trento ».