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LAURINO. SELVAGGIA. APPENDICE 293 ne l’acceso appetito il vivo foco, chi gode il fin d’amore, sazio di quel piacer che bramò tanto, il già sì caro fonte del gustato diletto schernisce, aborre ingratamente e sprezza. Mentre che sano e saldo sta ne la bocca il dente, si polisce, si terge, e si pregia e si stima; poichè putrido e guasto da le fauci l’ha svelto il can ferrato, ne l’immondo letame, come sozza e vil cosa, alfin si getta. Mentre la bionda chiome su la pianta natia si nutre e cresce, oh come si tien cara e si coltiva con eburneo rastro, e di fiori s’intreccia e d’òr s’implica, gua! a pena da la forbice tonduta cade recisa da la viva testa, che col piè si calpesta. e d’odori s’impin Nè più nè men la feminil bellezza, la giovenil dolcezza, con affanno si cerca, con umiltà si prega, innamora e diletta; ma, trovata e goduta, è poi negletta. Un fior non fa gl irlanda; la colpa d’un sol reo nocer non deve a mill’altri innocenti. Questo è talor difetto di chi da ver non ama o, se pur ama, ama d’amor ferino, che nulla ha del divino. Io amo, io ardo di puro ardor, d’amor celeste, e come il cielo incorrottibile ha le tempre, così l’alta mia fiamma arderà sempre. Poetiche chimere, ch’a predicar son belle,