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ELOGIO DELLA PAZZIA 19 XLVII Il più mirabile poi si è, che la mia generosità non è macchiata d’alcun interesse; io sola non esigo nè voti nè offerte; e la mia Deità non s’offende, nè ordina vittime di espiazione qualora sia stata omessa qualche cerimonia del mio culto. Io non metto sossopra il cielo e la terra per vendicarmi di qualcuno, che avendo invitati tutti gli altri Dei, mi abbia sola dimenticata a casa, e non m’abbia messo a parte dell’odore e del fumo delle sacrificate vittime. Bisogna proprio che a confusione e vergogna degli Dei io dica, che si mostrano tanto incontentabili e capricciosi, che sarebbe assolutamente minor male lasciarli in abbandono che adorarli. Dovrebbesi far con loro quello che si suole colle persone intrattabili e corrive al far del male; cioè troncare con essi ogni corrispondenza, dal momento che costa troppo cara la loro amicizia. Eppure, chi mai crederebbe che questa mia condotta mi dovesse attirar le beffe? Finora, dicesi comunemente, nessuno ha pensato a rendere alla Pazzia gli onori divini; nessuno le ha consecrato alcun tempio; nessuno l’ha nudrita coi vapori delle vittime. Per parlarvi con franchezza, e credo d’avervelo già detto, tanta ingratitudine mi fa grandissimo stupore; ma poco mi curo anche di questo, e secondo la mia facilità prendo la cosa in buona parte. Putirei di saviezza, e sarei indegna di essere la Pazzia, se bramassi questi onori divini. Che cosa mi si offrirebbe sopra gli altari? Un poco d’incenso, un po’ di farina, un qualche caprone, un qualche porco: ed io permetterei che si scannassero queste bestie innocenti per ricrearmi l’odorato? Oh che ridicole bagattelle! Io ho un cultg, sì, ne ho uno esteso al par del mondo, e me lo rendono tutti i mortali: quel modo di culto che gli stessi Teologi approvano. Io non ho la barbara e crudele ambizione di Diana, che si compiace di vittime umane, e credo invece d’essere religiosamente servita e venerata, quando mi vedo