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Erasmo da Rotterdam
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46 ELOGIO DELLA PAZZIA che appartiene all’umanità? Ma già, per dire il vero, sento ribrezzo a parlare di tal sorta di savi. Perla qual cosa passerò a discorrere degli altri beni della vita. XXXI Qualora si riflettesse attentamente al genere umano, qualora si osservassero come da un’alta torre (in quella guisa appunto che suol far Giove giusta i racconti de’ poeti) tutte la calamità, alle quali è soggetta la vita de’ mortali, non potremmo a meno di restarne vivamente commossi. Buon Dio! E che mai è la vita umana? Quanto misera, quanto sordida è la nascita! Quanto penosa è l’educazione! A quanti mali è esposta la fanciullezza! Quanti sudori deve spargere la gioventù! Quanto grave è la vecchiaia! Quanto dura è la necessità della morte! Scorriamo una volta ancora questa deplorabile carriera. Qual orribile e varia moltiplicità di mali! Quanti disastri, quanti incomodi s'incontrano nella vita! Finalmente, non v’ha piacere che non sia amareggiato da molto fiele. Chi potrebbe soltanto deserivere l’infinita serie de’ mali, che l’uomo cagiona all’uomo, come sarebbero la povertà, la prigionia, l’infamia, la vergogna, i tormenti, le invidie, i tradimenti, gli oltraggi, le liti, le frodi? Non saprei dirvi per qual delitto siasi l’uomo meritato tanta copia di mali, o qual Nume sdegnato l’abbia costretto a nascere in una così orribil valle di miserie. Di che chiunque abbia esaminata a fondo la miserabilissima condizione del genere umano, non potrà certo disapprovare l’esempio delle vergini di Mileto, quantunque sia un esempio degno di tutta la compassione (*). Chi sono i più celebri fra loro, che, tediati della vita, si diedero spontaneamente la morte? Non sono forse i più prossimi amici della sapienza? Per passare sotto silenzio Diogene, Senocrate, Catone, Cassio, Bruto, sovvengavi di quel famoso (1) Aulo Gellio racconta, che le vergini di Mileto, invase da furioso amore, si diedero da sè stesse la morte.

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