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ELOGIO DELLA PAZZIA VIII Se mai bramate intendere ancora la mia patria (giacchè al giorno d’oggi è come una prova di nobiltà il notificare al pubblico il luogo, ove dalla culla abbiamo mandati i primi vagiti), sappiate che nata non sono né nell’isola erratica di Delo, come Apollo; né dalla spuma dell’ondoso Oceano, come Venere; né fra le cupe spelonche; sibbene in quelle isole Fortunate, ove la natura non ha bisogno alcuno dell’arte. Ivi non si sa che cosa siano il travaglio, la vecchiezza, le malattie; non si vedono mai nei campi, nè asfodillo, nè malva, nè squilla, nè luppoli, nè fave, nè simili altri spregevoli vegetabili. La terra quivi invece produce tutto quello che può dilettar l’occhio e imbalsamar l’odorato; Moly (‘), Panacea, Nepente, Maggiorana, Ambrosia, Loto, Rose, Viole, Giacinti, Giardinetti d’Adone. Nata in grembo a tali delizie, non salutai col pianto la luce come quasi tutti gli uomini; anzi appena partorita mi posi a ridere lietamente in faccia.a mia madre. Io poi non invidio al sommo Giove l’essere stato allattato dalla capra Amaltea, giacchè due lepidissime ninfe mi diedero il latte; una è Mete (°), figlia di Bacco, e l’altra Apedia (*), figlia di Pane, le quali potete qui ancora vedere nel consorzio delle altre mie seguaci e compagne. Che se anche di queste, per Giove, saper volete i nomi, io ve li dirò, ma soltanto in greco. (1) Moly, erba efficace contro il veleno. (2) Mete, l’ubbriachezza. TTI j (3) Apedia, l’ignoranza. 3